Mondo Pesca/Spinning

Tra Corallo e Schiuma
11 Luglio 2020 ore 06:00

Tra Corallo e Schiuma

Un viaggio di pesca non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo...
Riccardo Cacicia

L'argomento che trattiamo in questo articolo lo sento particolarmente mio, come se dentro di me, già da piccolo, ci fosse un marchio di fabbrica raffigurante un… carangide. La febbre nasce nel lontano 2016, allora ero poco più che sedicenne, in Madagascar. In questa grande isola inizia, lenta ma inesorabile, la trasformazione della mia passione in una vera e propria malattia che, nel corso degli anni, mi ha aiutato a superare i limiti e ottenere quelle incredibili soddisfazioni che mi porterò dietro per il resto della vita. Ma non è stato facile, ricordo perfettamente quando incocciai per la prima volta uno di questi bestioni. Lo vidi con chiarezza, con la sua schiena grigia assalire il mio long jerk. Fu talmente forte che m’impedì di arrestare la sua corsa. Conquistò gli affilatissimi coralli e vinse a mani basse la lotta che mi sarebbe rimasta sotto il mento per tutta la vita. Da lì, la volontà di cacciarlo in tutte le mete e destinazioni, mi ha perseguitato in qualsiasi momento.

 

Come
L’ambiente tropicale è il posto dove lo spinnerista può affinare e specializzare ai massimi livelli, l’abilità nel combattimento da terra, con un pesce che sa il fatto suo e lotta fino alla morte con furbizia e forza esplosiva innata. Qui si trovano pesci incredibilmente ossigenati, che alla vista di un’esca, se mossa a dovere, entrano subito in frenesia alimentare, dopodiché lo strike è pressoché assicurato. Sono cinque i ‘’challenge fish’’, ossia quei pesci che, grazie all’incredibile forza e vitalità, sono particolarmente ricercati dagli spinner in ogni angolo del globo: il Giant trevally (Caranx ignobilis), il tonno rosso (Thunnus thynnus), il tonno pinna gialla (Thunnus albacore), il tarpone (Megalops atlanticus) e il tonno denti di cane (Gymnosarda unicolor). Per me, il re di questi pesci è, semplicemente, il GT.

Dove
La famiglia dei carangidi non può essere assolutamente considerata una specie a rischio di estinzione, anzi spopola decisamente nell’idrosfera, con una quantità di 149 specie diverse. Tra queste, il GT e la nostra ricciola emergono e si assestano nella parte più alta della classifica che stabilisce i più forti. L’ignobilis è diffuso nell’Oceano indo pacifico, nel Mar rosso, lungo le coste orientali dell’Africa e nella maggior parte delle isole dell’Oceania, fino a spingersi a nord nel Giappone. Nei suoi 15 anni di vita media, passa le giornate, con il brutto faccione, a seminare terrore nelle barriere coralline, cacciando tutto quello che gli capita a tiro sia sotto che sopra la superficie. I’ignobilis è stato registrato, in alcune parti del globo,  mentre aggredisce addirittura i volatili che si riposano sul pelo dell’acqua, ma anche mentre volano, a mo’ di trota fario che caccia la libellula seguendola sotto la superficie per poi afferrarla con la bocca grazie a un poderoso salto fuori dal l’acqua. Anche per questo, quando il GT viene scovato in caccia, è molto raro che disdegni le esche artificiali. Nero su bianco, infatti, possiamo affermare che un carangide non ha sicuramente la diffidenza di una spigola portuale. Quest’ultima, se non si presentano le giuste circostanze, non degna l’esca nemmeno di uno sguardo. Comunque, mi è capitato di testare su pelle, situazioni in cui i carangidi giravano nello spot muovendosi lentamente lungo il corallo, senza nessun interesse per la caccia. Negli spot più difficili, le condizioni che possono influire sul risultato sono: la luna, la marea, il vento, la corrente e l’orario.

Quando
Il quando, cioè il momento in cui il GT abbandona il freno inibitore per lanciarsi nella caccia sfrenata, rimarrà sempre un’incognita. Mi è capitato di prenderlo in tutte le frazioni del giorno, sia in Africa che in India. È molto più facile agganciare il carangide nelle pri-me luci del mattino, sia dalla barca che dalla scogliera. Più che altro risultano nettamente più attivi gli esemplari più grossi, poi con l’arrivo del mezzodì, la taglia diminuisce nettamente. Ma non è così tutti i mesi. Infatti la situazione cambia decisamente e i pesci più importanti si catturano col sole alto. Una costante che ho messo a fuoco è l’attività dei pesci in una situazione in continuo cambiamento, come quella che si presenta quotidianamente nei bassi fondi delle mangrovie. Si tratta di un universo a se stante, con un passaggio quotidiano di pesci che entrano ed e-scono, dal mare alle mangrovie e viceversa, ogni giorno, più volte al giorno, per deporre e cacciare. Un ambiente ricco di biodiversità, perfetto per i pesci più piccoli, comunque costantemente minacciati dai predatori che si insinuano attraverso un canale dove la corrente risulta fortissima, là, dove noi cerchiamo gli strike. L’attività dura di solito dalle due ore prima all’apice della marea alta, quando l’acqua è al massimo della profondità, regalando spazio e terreno di caccia. Purtroppo, cascasse il mondo, un minuto dopo il cambio di marea che segna l’invertire della corrente, è estremamente improbabile allamare un pesce. Sembra quasi una magia, la frenetica attività di pochi minuti cessa d’incanto. Del resto bisogna sfruttare al meglio questi magici momenti per portare a casa i nostri ricordi.

Con cosa
Partiamo dal presupposto che se il carangide è in caccia, che sia sotto lo scoglio sul corallo o in una distesa di sab- bia nella risacca, l’istinto predatorio di questo animale è tale che lo strike sopraggiungerà in un batter d’occhio. Però in alcune atipiche situazioni c’è un modo per stuzzicare l’attenzione di questo predatore, che evidentemente non è sempre attivo o addirittura non è vicino all’esca. Qui si apre un discorso che va di pari passo con l’esca che, con assoluta convinzione, consiglio per questo pesce: il popper. Una spopperata come si deve può cambiare le sorti della nostra pescata. Ma… perché proprio il popper e non lo stick bait o il jig? Noi, in un popper, vediamo uno schizzo, un suono e tanto tanto movimento in superficie, vicino all’esca. Ma, qual è il principio adescante per questi pesci? Il popper produce un rumore con esplosioni sottomarine di bolle d’aria. Quei tremori che si vengono a formare sotto la superficie, rappresentano per il carangide, le stesse identche vibra- zioni da lui medesimo prodotte in caccia. La linea laterale percepisce quegli stimoli meccanici e attraverso una reazione chimica attiva la frenesia alimentare, motivando la “curiosità” per i rumori circostanti. In pratica associa il rumore del popper a un carangide in caccia e quindi è stimolato. Anche per questo reputo questa esca una delle più funzionali per il carangide. Ciò nonostante, lo stick bait funziona alla perfezione soprattuto in posti dove la corrente e il mare sono compatibili, visto che, dotato di una forma più aerodinamica e pesante del popper, nel lancio può rag- giungere grandi distanze. Lo stick può nuotare sotto le onde ed è visibile sotto la risacca. Inoltre, è facile imprimergli il giusto movimento e in quelle condizioni, tutto risulta perfetto.

Documenti Allegati

Formato: PDF - Dimensioni: 881,6 KB

Le nostre riviste

Gennaio 2020
Copertina del magazine di Gennaio 2020
Agosto 2020
Copertina del magazine di Agosto 2020

Eventi

Prossimo evento

Dal 29 Agosto 2020 ore 14:00 al 30 Agosto 2020 ore 14:00