Mondo Pesca/Traina

I Rostrati di Porto Rotondo
10 Settembre 2020 ore 07:00

I Rostrati di Porto Rotondo

L’Eldorado, scoperto in Sardegna e valorizzato da Sandro Onofaro, non è ricco di oro e gioielli ma di pesci, uno è rostrato: l’Aguglia Imperiale.
Sandro Onofaro

Il marlin blu, il grande rostrato che vive nelle immensità oceaniche e che, in determinate regioni, richiama grandi concentrazioni di pescatori da tutto il mondo, ha nel mar Tirreno e in particolare quello che bagna le coste della Sardegna nord-orientale, un equivalente altrettanto seducente: l’aguglia imperiale (Tetrapturus belone). Di comune oltre al rostro e vagamente i colori, non hanno altro, certamente non le dimensioni. Il primo infatti, quello che Hemingway racconta nel celeberrimo “Il vecchio e il mare”, è una bestia di oltre 5 metri che può raggiungere anche i 900 chili. Il nostrano, appunto “Mediterranean spearfish”, perché di specie endemica si tratta, raggiunge al massimo i 2,5 metri e in quanto al peso, essendo slanciato e “magro”, non supera i 30 chili. È una delle 5 specie di aguglia imperiale, presente però solo nel Mediterraneo. Pur nella scarsità di riscontri scientifici (lacunosa la scheda pubblicata qualche anno fa da Iucn), grazie al tag che abbiamo impiantato su un’aguglia imperiale, abbiamo scoperto che il pesce viaggia, in media, a 2,5 nodi e percorre 70 miglia al giorno. Inoltre, molto spesso, una volta al giorno o ogni due giorni, l’aguglia si inabissa su batimetriche di 1000 metri per dormire (si ipotizza…). S’immerge in quelle profondità con velocità costante e lenta. Secondo alcuni biologi si tuffa a bocca aperta per favorire il ricambio d’acqua nelle branchie (ossigenazione) e riposare, dormire. Grazie alle informazioni dei nostri monitoraggi si è scoperto che l’aguglia imperiale trascorre la maggior parte del tempo tra 0 e 50 metri, ma soprattutto tra 0 e 5, circa l’85% del tempo. Questo significa che è un pesce di superficie. Ha colori stupendi, un rostro corto, pieno di piccoli denti come se fosse il palato di una ricciola o di una cernia, ma sono esterni. In quanto rostrato attacca le prede colpendole con l’estremità rigida e una volta tramortite le ingoia con facilità. Questo aspetto, ritornando al discorso pesca, ci sarà molto utile. A detta dei pescatori più vecchi, è una specie da sempre esistita. Io, il primo, l’ho pescato quando avevo 14 anni, circa 30 anni fa. La concentrazione di questo pesce in Sardegna e soprattutto da noi al nord è eccezionale, probabilmente dovuta ai profondi canyon i cui costoni risalgono da 500 a 100 metri, favorendo le correnti ascensionali che portano la mangianza in superficie. A me è capitato di catturarle in Grecia, Francia, Turchia, in quasi in tutti i mari del mediterraneo. Mai, comunque, con frequenza pari al nordest sardo.

Assetto
In generale, in un’ipotetica veduta dall’alto, la posizione delle esche in navigazione disegna una V rovesciata, do- ve il vertice è la barca. Perché l’aguglia tante volte arriva su un’esca e poi inizia a scegliere su tutte quelle che abbiamo calato in acqua. Una buona variante può essere l’esca centrale che anziché pescare quasi sottobordo, si allunga al massimo, fino a occupare la posizione più lontana, circa 60 metri oltre le più distanti. Il numero delle canne in pesca, dipende dalle dimensioni della barca e dall’affiatamento dell’equipaggio. Sette si gestiscono facilmente ma i più smaliziati possono arrivare anche a undici. Filata l’esca centrale, la più distante, rigorosamente dotata di aeroplanino o una collana di bird o calamari, si prosegue con le due larghe, sui divergenti, sempre arricchite da richiami. Poi altre due canne, più corte, interne ai divergenti, allargate rispetto alla scia dell’imbarcazione e infine le ultime due più sotto.
 


Esche e montatura
In tutti i casi le esche devo essere visibili, ma l’aspetto principale non è cromatico. In altura infatti è l’acqua che richiama i predatori, l’acqua rotta dal passaggio delle esche che in buona sostanza producono una scia di bollicine. I jet o i kona di dimensioni tra i 10 e i 25 centimetri sono appunto l’ideale, mentre risultano meno efficaci i minnow tipo Rapala. Colore e dimensione dell’esca dipendono molto dall’area di pesca e dalla stagione. Dovendo dare un’indicazione, non smetterei mai di proporre una bella piuma da 15-18 centimetri, bianca e rosa o nera e viola, ma anche il verde è un ottimo colore. In ogni caso la ferrata è più sicura se assistita da uno stiff rig, cioè un’armatura rigida, un amo solidale al filo. Altrettanto determinante in questa pesca è la forma dell’amo: curva molto ampia, forgiato, punta dritta e parallela al gambo e ardiglione molto piccolo, tipo Mustad o Vmc.

Andatura
L’aguglia imperiale è un pesce che si muove molto rapidamente e si cattura soprattutto a traina d’altura, negli specchi d’acqua tra 50 e 2000 metri, dall’inizio della primavera sino a tutto l’autunno e l’inizio dell’inverno, dicembre compreso. Mangia con qualunque condizione meteo, sia con mare calmo che con mare agitato. Nel primo caso è meglio navigare abbastanza veloci, tra 8,5 e quasi 9 nodi. Il predatore infatti va stimolato e tenendo su i giri facciamo lavorare molto bene gli attrattori, i bird o le collanine di piccoli bird o calamari. In caso di mare più vivace si può pensare a una traina un po’ più lenta, intorno ai 7,5 nodi e fino a 8. Probabilmente si possono avere attacchi anche a 6 o 7 nodi, ma per avere maggiori chance, la velocità ideale rimane tra 8,2 e 8,4 nodi. Comunque, frizione e pinza del divergente, vanno tarati sul duro altrimenti il pesce non si ferra. Viceversa, data la delicatezza delle carni, la canna deve accompagnare il combattimento e quindi deve essere piuttosto morbida. È pur vero che nonostante un assetto mirato all’imperiale non sappiamo mai cosa abboccherà: un tonno, un’alalunga, un’aguglia imperiale. Tante volte avvertiamo piccole “toccatine”, leggere sfrizionate,  oppure si sgancia la pinza, o assistiamo a una finta partenza di due metri e poi niente più. In questi casi conviene rallentare prontamente il moto della barca perché è probabile che l’aguglia stia colpendo l’esca col rostro. Il rallentamento della barca e quindi dell’artificiale, potrebbe significare che l’esca ha ceduto e quindi sarebbe pronta per essere ingoiata. La successiva fuga seria darebbe corpo a questa teoria e una ferrata chiuderebbe il cerchio.  Spesso però, non percepiamo le prime avvisaglie del predatore e può essere utile una visione dall’alto, tower o fly che sia. In queste condizioni, capita spesso, infatti, di vedere l’aguglia in caccia all’altezza delle esche e ciò ci consente di reagire ad esempio variando la velocità, oppure la direzione, oppure di impartire indicazioni all’equipaggio o essere semplicemente pronti a reagire. L’aguglia è un pesce gregario e in alcuni periodi si accompagna con 5 o 6 esemplari, soprattutto in primavera, aprile, maggio e giugno e quindi, in questi casi, non è da escludere un doppio strike in contemporanea o in rapida successione. Una volta ho fatto addirittura un triplo strike. Molto spesso i rostrati si trovano su bassi fondali la mattina presto, mentre nelle ore centrali e nel pomeriggio è facile trovarle a 1000 metri. Quindi, una volta individuata la rotta del pesce, per avere successo, bisogna ripercorrere il tracciato. Come molti pesci di superficie, in alcuni periodi dell’anno emette un enzima sulla pelle che è una difesa naturale contro i predatori. È questo che le fa avere un odore e un sapore che a molti non piace. A Porto Rotondo si pratica, con sempre più frequenza, il catch&release, fatelo anche voi.

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